domenica 7 giugno 2015

LA LITURGIA DEL VENERDI' SANTO



La liturgia del Venerdì Santo

I primi secoli cristiani in questo giorno della morte di Gesù rinunciarono a una particolare liturgia e tennero in esso, come nel Sabato Santo, uno stretto digiuno di lutto. 

Verso la fine del sec. IV si conosceva a Gerusalemme, nella mattinata, l’adorazione della Santa Croce e nel pomeriggio una liturgia della Parola con la lettura della Passione. 

Di una liturgia della Parola riferisce anche S. Agostino per il Nord Africa. Inoltre nelle chiese locali si svilupparono attorno ad una reliquia della croce (ad es. a Roma) delle cerimonie di adorazione della croce.

Attraverso la liturgia romana importata nei paesi franchi e la elaborazione del Pontificale romano-germanico del sec. X, da una semplice liturgia di comunione si sviluppò lentamente la missa praesanctificatorum senza Preghiera eucaristica.

L’uso medievale di comunicare raramente portò alla pratica che solo il sacerdote comunicasse in tale messa. 

In tale forma il Messale tridentino del 1570 assunse la liturgia del Venerdì Santo e la conservò per quasi 400 anni. Il nuovo ordinamento introdotto nel 1955 semplificò la tradizionale divisione in tre parti:

liturgia della Parola, adorazione della croce, liturgia di comunione, e tolse il divieto della comunione dei fedeli. Il Messale Romano del 1970 ha sostanzialmente accolto tale riforma.


Di norma la celebrazione inizia verso le ore 15.00; 

il colore liturgico è il rosso. Dopo la prostrazione davanti all’altare interamente spoglio e la breve introduzione con l’orazione del giorno segue la liturgia della Parola con due letture, la narrazione della passione del Signore secondo Giovanni, l’omelia e la preghiera universale.

Questa nelle sue intenzioni è stata resa più concisa e formulata con maggior riguardo nei confronti degli ebrei e di coloro che prima erano detti eretici e scismatici. 

All’adorazione della croce sono possibili due forme di ostensione della santa croce: scoprimento graduale o processione con la croce svelata. 

Mentre clero e fedeli compiono l’atto di venerazione alla croce (genuflessione o bacio o altro segno), il coro e (o) l’assemblea eseguono gli antichi e venerabili canti per l’adorazione della santa croce, nei quali già si esprime la gioia pasquale. 

La semplice liturgia di comunione con i dona praesanctificata (consacrati Giovedì Santo) comporta come preparazione il Padre nostro, l’embolismo Liberaci… e l’acclamazione Tuo è il regno.

L’orazione dopo la comunione e l’orazione sul popolo fanno intravedere l’unità del mistero pasquale di morte e risurrezione.

mercoledì 3 giugno 2015

LA CELEBRAZIONE DEL GIOVEDI' SANTO



La celebrazione del Giovedì Santo

Poiché secondo la concezione degli ebrei e in genere degli antichi il giorno si inizia la sera precedente, anche la sera del Giovedì Santo fa già parte dei tre giorni santi. 

Ciò si giustifica anche dal punto di vista del contenuto, poiché nell’Ultima Cena Gesù anticipa sacramentalmente il dono di sé nella morte sulla croce: 

cioè, durante l’Ultima Cena inizia propriamente la sua passione.


La messa della Cena del Signore deve essere l’unica in questo giorno (a prescindere dalla missa chrismatis = Messa del S. Crisma celebrata dal vescovo nella mattina). 

Ad essa è unita l’usanza della lavanda dei piedi (detta anche Mandatum = comando), dopo il Vangelo (facoltativamente). 

Detta l’orazione dopo la comunione i doni pre-consacrati per il Venerdì Santo vengono portati al tabernacolo di un altare (cappella) laterale e viene rimosso l’ornato dell’altare maggiore (denudatio altaris = spogliazione dell’altare).

La successiva adorazione davanti al SS. Sacramento deve possibilmente essere mantenuta. 

La denominazione di questo luogo della reposizione come santo sepolcro è considerata meno felice e da abbandonare! 

E’ il caso ancora di ricordare l’uso, che si mantiene, di suonare le campane per il Gloria, per poi farle tacere fino al Gloria della Veglia Pasquale.

All’altare del posto del campanello si usa in taluni luoghi uno strumento di legno (crotalo o raganella).