mercoledì 22 luglio 2015

MIRACOLO DI BOIS-SEIGNEUR-ISAAC



Il Mistero pasquale nel Miracolo di Bois-Seigneur-Isaac

Il mistero pasquale, lo sappiamo, costituì il primitivo fondamentale annuncio del Vangelo da parte degli Apostoli, il cosiddetto Kerigma: Gesù di Nazareth, chiamato il Cristo, che fu crocifisso per i nostri peccati, è risorto per la nostra salvezza. 

Della memoria di questo evento si nutre la Chiesa di generazione in generazione perpetuandola nel sacramento dell’Eucaristia che attualizza, appunto, nell’oggi di ogni tempo, il mistero pasquale. 

C’è un miracolo eucaristico, del quale quest’anno ricorre il sesto centenario, che ripropone con straordinaria freschezza questo primitivo annuncio della Chiesa.

Siamo in Belgio a 15 chilometri da Waterloo, a Bois-Seigneur-Isaac. Corre l’anno 1405, il martedì 2 giugno - nel pieno della novena di Pentecoste - un cavaliere di quella zona, Jean du Bois, fece uno strano sogno. 

Gli apparve un uomo piagato e sofferente che con accorata insistenza chiedeva un medico e un avvocato che potessero prendersi cura della sua causa. Il du Bois non si diede troppa pena per quel sogno ignorandolo completamente. 

La notte seguente però l’uomo piagato si ripresentò con la stessa misteriosa richiesta. Turbato l’uomo cercò, ancora una volta, di dimenticare la visione notturna. 

La terza notte l’uomo piagato rinnovò, allo spaventato du Bois, la richiesta dell’aiuto di un medico e di un sacerdote che prendessero in mano la sua causa, a quel punto il cavaliere, fattosi animo, gli domandò chi mai fosse. 

Costui, sempre sanguinante, rispose: Vai nel Santaurio di Isaac, ivi mi troverai e capirai che sono. Il venerdì mattina, 5 giugno, il cavaliere si recò alla Cappella indicata.


Quello stesso giorno il decano del luogo, Pere Ost, uscendo di casa avvertì l’impellente chiamata ad andare al Santuario di Isaac per celebrare una Messa. 

Nessuna celebrazione era prevista per quel giorno, in quel luogo cosicché, andandovi, il buon prete si domandava perché mai non potesse sottrarsi a quell’impulso. Giunto colà molto si rallegrò di aver obbedito alla mozione dello Spirito perché parecchie persone erano radunate in Cappella, quasi in attesa della celebrazione e tra queste vi era anche du Bois.

Iniziò la Santa Messa, ma giunto all’offertorio, proprio mentre dispiegava il corporale Ost vide, non senza dolorosa sorpresa, che una mezza ostia era stata dimenticata fin dalla celebrazione precedente.

Prontamente egli cercò di consumarla senza farsi accorgere, ma ecco che l’ostia, tenacemente incollata al corporale, gettava sangue vivo. A quella vista il decano svenne e lo soccorse proprio il cavaliere du Bois, il quale, resosi conto del prodigio, comprese la visione notturna ed esortò il sacerdote a proseguire la Messa senza timore poiché quel Miracolo era opera divina. 

Gli narrò allora dell’uomo dei sogni e come ora ne avesse finalmente compreso l’identità. Tutti i presenti videro l’ostia, la quale pur mantenendosi bianca continuava a sanguinare. 

Il miracolo si perpetuò per quattro giorni. Fu interpellato anche il vescovo di Cambrai, Pierre d’Ailly (confessore di Carlo VI, cardinale e legato pontificio) che trattenne in osservazione il corporale tentando - invano - di lavare le macchie di sangue. Egli, infine convinto, emanò il 18 ottobre 1413 una bolla con la quale certificava l’autenticità del fenomeno. 

Abbiamo in questo miracolo riassunto l’intero mistero pasquale. Cristo si manifesta al cavaliere come il vivente, piagato, ma vivente. 

La stessa immagine di morte e risurrezione la offre l’ostia miracolosa che pur rimanendo bianchissima, sanguina. Cristo, chiama du Bois in suo aiuto e difesa, lo vuole perciò suo testimone. 

Anche per lui, come fu per gli apostoli, si ripete il mistero della fede cristiana che nasce non da un’idea, ma da un evento storico di cui si diventa testimoni, un evento che ha sconfitto la morte e introdotto nel mondo la novità di una vita “altra”. Il cavaliere poi riconosce Gesù solo allo “spezzare del pane”, cioè nel momento celebrativo, laddove si fa memoria dell’offerta salvifica del Signore, comunicando con essa.

lunedì 13 luglio 2015

IL TEMPO PASQUALE



Il Tempo Pasquale

Come le grandi feste abbiano bisogno di un certo tempo di risonanza si può vedere già nel calendario liturgico ebraico, in cui 50 giorni (= sette settimane) dopo la festa di Pesach veniva celebrata la Festa delle settimane (= Shavuot) come festa della mietitura del grano e memoriale dell’Alleanza al Sinai.

Corrispondentemente già il II sec. conosce il tempo pasquale dei 50 giorni (in greco Pentekoste), che secondo At 2, 1s.  si compie con l’effusione dello Spirito Santo promesso, il vero frutto del mistero pasquale. 

Le NG rimangono sul terreno della più antica tradizione quando affermano: «I cinquanta giorni che si succedono dalla domenica di Risurrezione alla domenica di Pentecoste si celebrano nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come “la grande domenica”» (n. 22).

Espressione simbolica di questa ininterrotta gioia festiva è la prescrizione di lasciare il cero pasquale come simbolo del Signore risorto, durante i 50 giorni, davanti all’assemblea, in prossimità dell’altare, e di accenderlo durante le celebrazioni.

La prima settimana del tempo pasquale forma l’Ottava di Pasqua. La liturgia di questa ottava è caratterizzata non solo dal mistero pasquale, ma anche dall’attenzione per i neobattezzati, i quali nelle celebrazioni eucaristiche quotidiane venivano introdotti più profondamente nei misteri dei sacramenti dell’iniziazione da essi ricevuti (catechesi mistagogiche). 

Questa settimana si chiamava un tempo, a motivo delle vesti bianche dei neobattezzati, anche settimana in albis, e la domenica seguente domenica in albis. 

L’uso di celebrare la prima comunione in tale domenica risale al sec. XVIII. Per sottolineare più fortemente l’unità del tempo pasquale le rispettive domeniche vengono chiamate ora domeniche di Pasqua, e la domenica in albis forma la seconda, mentre Pentecoste forma l’ottava domenica. I loro testi liturgici sono intensamente caratterizzati dal Mistero Pasquale. 

La tradizionale domenica del Buon Pastore è stata spostata dalla terza alla quarta domenica di Pasqua per non interrompere i vangeli delle apparizioni del Risorto.


Nel sec. IV sorse, il quarantesimo giorno dopo Pasqua, la festa dell’Ascensione, soprattutto ispirata ad At 1, 3. «I giorni dopo 1’ascensione, fino al sabato prima di pentecoste, preparano la venuta dello Spirito Santo» (NG 26). 

In questo modo la novena di Pentecoste formatasi nel clima della pietà popolare è accolta anche nella liturgia ufficiale.Il cinquantesimo giorno dopo pasqua = Pentecoste (dal greco pentekoste = cinquantesimo, sottinteso giorno), è la conclusione del tempo pasquale.

Sempre più, tuttavia, si vide in essa la festa autonoma dell’invio dello Spirito Santo, le si diede una propria ottava e in certe parti della Chiesa un secondo e un terzo giorno festivo, e si parlò di un proprio ciclo di pentecoste. 

La riforma liturgica postconciliare si preoccupò di collegare di nuovo più saldamente questo giorno a Pasqua. Cade così anche l’ottava di Pentecoste e nei testi liturgici si fa di nuovo fortemente riferimento a Pasqua (colletta e prefazio). 

La sequenza Veni, Sancte Spiritus è stata mantenuta obbligatoria per Pentecoste. 

mercoledì 1 luglio 2015

CELEBRAZIONE VEGLIA PASQUALE


La celebrazione della Veglia Pasquale

Il Sabato Santo, come giorno del riposo nel sepolcro e del digiuno di lutto, fin dai tempi antichi non ebbe alcuna liturgia propria. Col cadere dell’oscurità si iniziava la «madre delle veglie» (S. Agostino), la santa veglia notturna a celebrazione della morte e risurrezione del Signore.

«Nella grande antitesi tra notte e luce del mattino, digiuno e banchetto eucaristico, lutto e gioia festiva si viveva in modo irresistibile il contrasto tra morte e vita, caduta e risurrezione, Satana e Kyrios, antico e nuovo eone».

La rinnovata liturgia della Veglia Pasquale si compone di lucernario, liturgia della Parola, liturgia battesimale e liturgia eucaristica.

Il lucernario si inizia con la benedizione del fuoco, la preparazione e accensione del cero quale luce di Cristo, e la processione con cui è introdotto nella chiesa buia, che è quindi illuminata dai ceri dei fedeli accesi al cero pasquale. Segue il solenne annunzio pasquale, detto anche dalla parola iniziale latina Exultet.

La liturgia della Parola ha nove letture bibliche, di cui le due ultime dal NT (Rm 6, 3-11 e un vangelo della risurrezione da uno dei sinottici, secondo l’anno del ciclo). 

Per motivi pastorali il numero delle letture veterotestamentarie può essere ridotto al massimo a due. A ciascuna segue un salmo responsoriale ed una orazione. Dopo l’ultima lettura dell’AT il sacerdote intona il Gloria durante il quale suonano di nuovo le campane. Per la prima volta viene quindi cantato di nuovo l’Alleluia.

 La Liturgia battesimale: poiché la Veglia Pasquale fin dai tempi antichi era una data preferita per il battesimo, è desiderabile che anche durante la Veglia Pasquale si celebrasse (se è possibile) questo sacramento!

Dopo la presentazione dei battezzandi e le Litanie dei Santi in forma abbreviata, si ha la benedizione dell’acqua con una preghiera epicletica (e l’immersione del cero, facoltativa). 

Dopo la rinunzia a Satana e la professione di fede è amministrato il battesimo; gli adulti e i ragazzi nell’età del catechismo vengono anche confermati dal vescovo se è presente, o dal sacerdote celebrante. 

Se non ci sono battezzandi né si deve benedire il fonte battesimale si fa la benedizione dell’acqua lustrale. 

Dalla restaurazione della veglia pasquale nel 1951 è prevista a questo punto la rinnovazione delle promesse battesimali, cui segue l’aspersione dell’assemblea con l’acqua benedetta. Si ha quindi la preghiera universale.

Essa fa da ponte alla liturgia eucaristica nella quale l’azione salvifica pasquale è espressa particolarmente, prescindendo dalle orazioni presidenziali, nel prefazio, nelle inserzioni delle Preghiere eucaristiche I-IV (ricordo e/o intercessioni particolari per i neobattezzati), nella benedizione solenne tripartita e nel doppio Alleluia del congedo.


Le successive ore diurne della Domenica di Pasqua non avevano originariamente alcuna celebrazione eucaristica. 

Questa sorse solo quando verso la fine del sec. VI la messa della risurrezione finiva già prima della mezzanotte. 

Del resto la pietà popolare in certi paesi si era creata negli ultimi secoli un surrogato della Veglia Pasquale perduta, nella tradizionale Celebrazione della risurrezione nel primo mattino della Domenica di Pasqua, prima che iniziasse la prima messa. 

Dubbio sembra anche il tentativo, considerando i frequentatori della messa solenne del giorno di Pasqua, che non hanno partecipato alla celebrazione notturna, di riprendere in tale messa alcuni elementi della Veglia. Non tutto ciò che piace a prima vista è la conclusione più sapiente (liturgicamente). 

I vespri di Pasqua formano la significativa conclusione del Triduo Pasquale.