giovedì 21 gennaio 2016

IL TRIDUO PASQUALE


Il Triduo Pasquale nella comunità cristiana

La celebrazione del Mistero Pasquale occupa un posto di primo piano nella comunità cristiana, come pure nella vita d’ogni battezzato.

In fatti, il messaggio della Pasqua costituisce l’unica ragione dell’essere della Chiesa: “Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e rimanete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15, 17).

Il Triduo Pasquale, in cui è annunciato, realizzato e portato nel vissuto della vita quotidiana il Mistero della morte-risurrezione di Gesù (= Mistero Pasquale), è il momento forte della vita della Chiesa. Tutti gli anni la Chiesa celebra la memoria di un Venerdì, di un Sabato, di una Domenica: tre giorni che lei chiama “santi” perché li considera decisivi per la sua stessa esistenza e per la storia del mondo.

La Chiesa, “ricordando in tal modo i Misteri della Redenzione, offre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, in modo tale da renderli come presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venire a contatto con essi ed essere ripieni della grazia della salvezza“ (SC 102).

Celebrare la memoria, pertanto, non è misurare la distanza tra il presente e un avvenimento passato, ma eliminare questa distanza.

Celebrare la memoria, commemorare, è far rinascere il passato, è far presente il passato. Nel caso del Triduo Pasquale è far presenti i primi tre giorni dell’anno zero della vita della Chiesa, per lasciarsi interpellare e coinvolgere nel Mistero di una Croce, di una Tomba e di una Mensa: i luoghi dove si realizzò e continua a realizzarsi l’incontro pieno e definitivo tra Dio e gli uomini, nel Signore Gesù; i luoghi dove nacque la Chiesa e nei quali continuamente deve rimanere per mantenersi in vita e continuare la peregrinazione fino alla Terra Promessa.

Dio-Amore, infatti, non solo ha creato il mondo, ma è anche entrato nel mondo ed è vissuto nel tempo nella “onnidebolezza”, in quanto non ha niente da opporre al male del mondo se non la sua infinità carità.

La storia registra tra i suoi «grandi» un uomo, che non è soltanto uomo, ma è anche Dio: Gesù di Nazaret. Nella vita di Gesù c'è un momento culminante, la «sua ora». In quest’ora, si sono compiuti degli avvenimenti attraverso i quali operava Dio, per la nostra redenzione. Questi eventi sono la passione, la morte e la risurrezione di Cristo. È il mistero della Pasqua, il «passaggio di Cristo da questo mondo al Padre», ossia la buona novella dell’amore che vince il dolore e la morte.

«La morte di Cristo, accettata per obbedienza d’amore verso il Padre e per amore verso l’uomo, è la suprema attività» (Th. De Chardin), che vivifica la storia; essa, infatti, «non è la povera e oscura sofferenza patita come miseria e insopportabile peso delle tante croci della storia, ma sofferenza d’amore, libertà di un Cuore che accoglie donando, che offre soffrendo, che salva patendo. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

 “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?” (Rom 8,32). “In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il Suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10)» (B. Forte).

Davanti alla ferita del Cuore di Gesù sempre aperto, rivelazione di Dio-Amore, «viene a tacere il chiasso della protesta e la rinuncia della rassegnazione: in Lui e da Lui si è contagiati ad amare, e perciò anche a fare del nostro dolore, come della storia della passione del mondo, storia di amore, itinerario di speranza, di carità e di giustizia» (B. Forte). 

L’onnipotenza divina che si è manifestata nella creazione, si manifesta ancor di più nella ricreazione dell’uomo, nella rigenerazione della persona e della società nel perdono e nella pace. Questa rigenerazione è integrale, abbraccia cioè tutte le dimensioni della vita umana, a livello personale e sociale. 

Dal Cuore di Gesù sempre aperto nasce così la passione per Dio come risposta al suo abbraccio di amore nel Crocifisso-Risorto che ci introduce nella gioia della sua “eternità”, e la passione per l’uomo, intesa come annuncio gioioso della sua salvezza realizzata nella morte-risurrezione del Signore. 

Da quest’annuncio nasce e si sostiene l’impegno per la liberazione integrale dell’uomo, promuovendo i suoi diritti fondamentali, la giustizia e la pace, sottolineando la dimensione sociale del Vangelo, che include la dimensione economica, perché essa è una componente essenziale della vita e fu quindi redenta dal mistero dell’amore del Calvario.


Se ci lasciamo coinvolgere nella «suprema attività» di questa “ora”, nel mistero dell’amore del Calvario, per mezzo della celebrazione del Triduo Pasquale, avremo il coraggio di dire al mondo paralitico ciò che Pietro e Giovanni hanno detto all'uomo paralitico che giaceva alla porta del tempio di Gerusalemme: "Non abbiamo né oro né argento, ma ciò che abbiamo te lo diamo: nel nome di Gesù alzati e cammina" (At 3,6).

venerdì 1 gennaio 2016

LA CROCE SEGNO DELLA FEDE



LA CROCE SEGNO DELLA FEDE

La croce è il segno specifico della fede cristiana, il centro dell’annuncio, dell’elaborazione teologica, della vita dei credenti. L’adesione alla fede è adesione a Cristo, principalmente al mistero della sua passione, della sua morte e della sua resurrezione – passaggi inseparabili di un unico progetto di vita –.

Nei Vangeli si esprime la fede in Cristo morto sulla croce e risuscitato, ed è attraverso la fede nella resurrezione che la comunità supera lo scandalo legato a un supplizio così umiliante e infamante.

Paolo condensa nell’accadimento della croce l’evento della salvezza: la croce, in quanto rivelazione della sapienza di Dio (cf 1 Cor 2,6-7), stabilisce il totale superamento delle visioni giudaiche e dei parametri della sapienza umana; implica rinuncia al mondo, ed è l’unico motivo di gloria (cf Gal 6,14); è  segno efficace di riconciliazione di giudei e pagani con Dio (Ef 2,16), e atto di riconciliazione che investe  e penetra tutto l’universo (Col 1,20).

Aderire a Cristo significa entrare con Lui in una reciprocità personale e attuale in ogni vicenda della propria vita; prendere la propria croce e seguirlo, sicuri di essere con Lui e in Lui.

La croce e la sua raffigurazione sono il segno stesso di Cristo e dell’assimilazione del cristiano a Lui, mediante il battesimo e il cibo eucaristico.

La partecipazione per fede alla morte di Cristo comporta una nuova dimensione dell’esistenza, in vista della resurrezione: il mistero pasquale è indivisibile. Si parte dalla passione e dalla morte, per arrivare alla resurrezione: la croce è segno della totalità del mistero salvifico.

Già dal II secolo, fin dagli inizi della riflessione cristiana, si delineano due percorsi esegetici: la spiegazione della croce come mistero di salvezza, e la spiegazione della croce come adesione personale e applicazione della croce alla propria vita.

Tra le elaborazioni intorno ai contenuti della fede cristiana un grande filone interpretativo della croce è quello del suo significato cosmico. 

Se da un lato vennero cercati nell’Antico Testamento segni e immagini che facessero intendere il significato della croce come realizzazione piena di figure che l’avevano preannunciata, da un altro versante la croce stessa fu vista come segno impresso da Dio nel creato, in tutte le cose del cosmo, sostegno dell’universo e collegamento tra terra e cielo.

Un’interpretazione, questa, che si amplia e si esplicita nella dimensione salvifica ed ecclesiologica: la croce è il segno del piano di salvezza di Dio; indica l’altezza, l’ampiezza, la profondità (Ef 4,19) dell’amore di Cristo; con le sue braccia distese Cristo abbraccia il mondo intero fino ai confini della terra, nel popolo della nuova Alleanza, che è la Chiesa. 

Tutti temi che inondano l’esegesi fin dal II secolo (Giustino; Ireneo; Omelie Pasquali), e che trascorrono nell’esegesi successiva.

La dimensione soteriologica della croce come forza che pervade il modo intero, rimedio salutare contro il male, inteso nelle sue più ampie accezioni, diviene segno tangibile della divinità di Cristo. 

Sotto la spinta della teologia politica di età costantiniana, il culto della croce diviene il punto di fondo della pietà cristiana, lungo tutto il IV secolo. In ogni caso, essa si alimenta sempre alla fede in Dio Salvatore. La croce è il segno del trionfo di Cristo.

Ma la diffusione della fede nel legno santo invade tutto il movimento ascetico monastico, e radicalizza la via della croce come fulcro della scelta di vita spirituale, nel totale sovvertimento delle prospettive terrene. 

Nella via della croce, segnata dalla quotidiana lotta contro il male e le sue insidie, si realizza esistenzialmente il significato della croce, proprio come mistero di morte e di resurrezione
.
Così la croce non va riferita solo alla vita eterna, ma va vista in relazione alla vita presente, nel senso che attraverso la croce è vinto ogni compromesso con il mondo. 

La resurrezione alla gloria è il coronamento del cammino della croce, realizzato attraverso le scelte che scandiscono la vita quotidiana. La croce diviene la base e il culmine della santità.

E’ importante la presenza delle croci nei battisteri di fine IV - inizio V secolo (Nola, Fondi, Napoli): è questo il segno più chiaro dell’intimo connubio tra il battesimo e la croce.

Giovanni Crisostomo – che scrive nel momento del pieno sviluppo del culto della croce, dopo il ritrovamento della celebre reliquia in età costantiniana – osserva, sulla base di passi tratti dall’epistolario paolino (Col 2,12; Rom 6,5-6), che non solo il battesimo è detto croce, ma che pure la croce è detta battesimo, e aggiunge che con la stessa facilità con cui si emerge dalle acque del battesimo, così – e ancor più facilmente – Cristo è risorto, dopo essere morto (cf Omelia 25,2 sul Vangelo di Giovanni: PG 59,151)


In altro contesto, il Crisostomo stesso conclude – e così concludiamo anche noi –: “Onoriamo dunque il trofeo di Cristo, che è la croce... Facciamo nostre quelle ferite e quella morte!” (cf Omelia sul cimitero e sulla croce).