venerdì 25 marzo 2016

LA MORTE DI CRISTO SVELA DIO AMORE


LA MORTE DI CRISTO SVELA DIO AMORE


Il cristiano deve resistere alla tentazione di ridurre la croce alle sue categorie.

Egli è chiamato a riconoscere che la croce ha un principio logico, che può provenire soltanto da Dio:

solamente Dio può dire il perché della sua morte, non la ragione umana. 

Solo il Logos di Dio può giustificare l’affermazione secondo la quale egli, pur essendo vita eterna, nello stesso tempo egli sia morto, morto della morte di maledizione. 

È proprio in questa finalità che brilla una luce: la luce dell’amore. 

La morte di Cristo è concretizzazione dell’amore assoluto ? 

Egli è morto per tutti? 

Ed allora essa assume la validità e la forza dell’affermazione di un principio. 

Questa non è certamente “logica formale”, ma è una logica che riceve il suo contenuto dalla irripetibilità e dalla personalità del Verbo eterno, creata anzi da lui ed a lui identica. 

Questa forza di sfondamento fa parte dello “scandalo” e non può essere “rammollita” o “svuotata”. 

Il NT non conosce logica diversa da questa. 

La morte di Cristo in croce, dunque, svela all’uomo che Dio è amore: amore assoluto, totale, estremo, scandaloso.

La continuità tra lo stato di abbassamento ubbidiente fino alla croce e quello del Kyrios esaltato è data dall’amore assoluto di Dio per l’uomo, efficacemente rappresentati in tutti e due gli aspetti.

Il fondamento della possibilità di questo amore per l’uomo è data dall’amore trinitario in se stesso. 

Nella croce, Dio si conferma e si rivela come il concretamente e divinamente libero, cioè come colui che ama nella propria libertà.


Dinanzi ad un Dio, che ama così profondamente l’uomo, anche la morte viene ad acquistare un volto nuovo. 

Se la croce vuol dire che Dio è amore, allora anche la morte fa meno paura: egli allora non può abbandonare le sue creature nella morte e non può privarle per sempre della sua vita. 

La morte dopo l’evento Cristo non può più essere intesa come un nero baratro, che segna per sempre il termine di ogni umano sperare, ma uno spiraglio di luce vi entra, grazie alla rivelazione del Dio della croce. 

Io credo, fermissima-mente alla resurrezione come Lui ha promesso:” 

IO sono la Risurrezione e la vita, chi crede in me vivrà in eterno”E questo, per tutti noi poveri umani è un augurio felice.

giovedì 24 marzo 2016

LA MORTE ALLA LUCE DEL MISTERO PASQUALE



La morte dell’uomo alla luce del Mistero Pasquale.


Nella discesa agli inferi, Cristo si mostra come il Signore dell’Ade. Egli non solidarizza semplicemente con l’umanità peccatrice ma porta nel regno dei refaìm l’annuncio della vittoria ormai compiuta sul peccato e sulla morte. 

Il suo discendere testimonia ulteriormente che non c’è spazio al di fuori della sua portata, ma tutto reca i segni del suo passaggio e nulla mai è definitivamente irrecuperabile. 

Cristo si pone come evento decisivo della storia della salvezza. Egli segna la fine dell’Ade e apre le porte dell’Inferno, come possibilità di eterna dannazione: dinanzi a Cristo l’uomo è chiamato a prendere una decisione, che ormai ha il carattere della definitività. 

L’ultima tappa è la Pasqua: il giorno della Resurrezione.

Per la Chiesa, l’affermazione fondamentale è la resurrezione di Cristo, i cui principali significati teologici sono il suo carattere di unicità, la sua connotazione trinitaria, la necessità della autotestimonianza del Cristo Risorto.

La Resurrezione è la condizione fondamentale, che va messa prima di tutto, perché soltanto essa ci permette di comprendere adeguatamente il significato della morte di Cristo. 

L’Incarnazione è funzionale alla Passione, ma la Passione, senza Resurrezione, non dice niente: la morte in croce e la discesa agli inferi sarebbero un nulla se non ci fosse la Resurrezione. 

La Chiesa ha da sempre avuto coscienza che l’affermazione della Resurrezione di Cristo è fondamentale: da un lato essa l’ha sempre intesa come una realtà oggettiva, dall’altro essa sa che questa affermazione è possibile solo nella fede. 

La Chiesa non ha mai parlato della resurrezione in maniera distanziata o non impegnativa, ma sempre con commozione e nella riflessione. 

Questa affermazione è fondamento della Chiesa, infatti se Cristo non fosse risorto non si darebbe né Chiesa e né fede. È impossibile eliminare dal centro della fede cristiana la Resurrezione di Cristo ed è soltanto qui che ricevono il loro peso l’esistenza terrena di Gesù e la sua croce. 

La testimonianza più antica della Resurrezione è la formula di fede di Paolo ai Corinti: “...che Cristo è morto... e che è stato resuscitato il terzo giorno...” (1Cor 15,3-5). 

Questa citazione, insieme ad altri testi, ci avverte della oggettività con cui è stata creduta da subito la Resurrezione di Cristo. 

Ogni mitizzazione della Resurrezione condurrebbe ad una eliminazione del significato della croce per la redenzione e tra il Dio grazioso, che dona la grazia, e l’io gratificato, che accoglie la grazia, verrebbe a scomparire la mediazione oggettiva di Cristo. 

La filosofia può parlare della croce in maniera molteplice. 

Se essa però non è logos della croce nella fede in Gesù Cristo, potrà dire troppo o troppo poco. 

Troppo, in quanto essa si permette parole e concetti lì dove Dio tace, soffre e muore per rivelare ciò che nessuna filosofia può mai sapere, se non nella fede, e per vincere ciò che nessuna filosofia potrà mai superare. 

Troppo poco, perché essa non sa misurare l’abisso in cui sprofonda la Parola e non saprà mai cogliere in maniera esaustiva la profondità del mistero del dramma della morte di Dio.

mercoledì 23 marzo 2016

ESISTENZA NEL MISTERO PASQUALE


Esistenza nel mistero pasquale

La gioia di Pasqua nasce dalla vittoria dell’amore sul peccato, alla quale il cristiano è chiamato a partecipare non solo come spettatore, ma come collaboratore della Gloria dell’amore. 

Vivere una esistenza pasquale significa vivere, con Cristo e in Cristo, il paradosso della gioia e della sofferenza. Il cristiano può «dire, con Dio e in Dio, sì al dolore nella gioia e a un dolore che ha, ciononostante, la profondità dell’abbandono di Dio. Anche Dio lo fa, e in ciò è un mistero del suo amore». 

Von Balthasar ricorda che l’esistenza cristiana «resta avvolta nel mistero insolubile del periodo “intermedio”, tra la dipartita e il ritorno del Signore. 

La comprensione della Chiesa del rapporto tra la croce e la gioia si colloca all’interno del mistero della croce dello stesso Gesù, il quale soltanto in forza del suo rapporto filiale, diretto, con Dio Padre può assaporare sino in fondo l’abbandono totale del Padre».

Non è dolorismo. Non è rifiuto di una gioia terrena che Dio offre all’uomo. Ma è una esistenza capace di unire nella gioia della Risurrezione i dolori e le gioie quotidiane. 

L’atteggiamento ad assumere nella sofferenza è quello di Cristo: «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi» (1 Pt 4, 12s). 

L’elemento alienante della sofferenza diviene pegno, anzi presenza velata della gioia escatologica. Inoltre «nella misura in cui la sofferenza e la prova sono una partecipazione del cristiano a Cristo, devono anche poter essere trasmesse ad altri: 

l’esperienza acquisita del dolore non è una cosa privata, ma deve essere valorizzata nella comunione dei santi, e ciò in duplice maniera: rendere possibile un’altra esperienza di dolore di tipo cristiano, confortare e lenire durante queste prove». 

Ma non è tutto.

Il paradosso non è gioia e sofferenza, ma gioia e croce, cioè croce come via di liberazione dai peccati. E’ quindi una gioia nella quale si esprime la gioia per la liberazione dal peccato: «Si tratta ad ogni modo di una gioia che non si può adagiare, soddisfatta, su nessuno dei beni terreni, ma che anche nell’autentico godimento tiene davanti agli occhi l’amore di Cristo, quale si manifesta nella Chiesa».

Von Balthasar ricorda come l’esistenza pasquale è una esistenza feconda nella forza di Cristo che concorre ad una fecondità non sempre visibile, ma ben reale, come lo rivela l’impegno dei santi: «In quanto impegno nella preghiera pura, nella notte della croce, nella sofferenza nascosta, esso può essere molto più fruttuoso di ciò che si verifica visibilmente»


Seguendo il pensiero di von Balthasar in questo tempo della Risurrezione di Cristo possiamo essere riportati, mediante il mistero della Risurrezione, al centro della nostra fede cristiana, fede che diventa vita nella Vita del Risorto. 

Vivere una vita pasquale significa vivere nella gioia della fecondità della Croce, secondo la logica dell’amore, una pro-esistenza eucaristica; significa amare dell’amore stesso di Dio e conoscere l’autentica gioia filiale di chi accetta di essere con-crocifisso con Cristo. 

Il pensiero di von Balthasar ci aiuta ad integrare il mistero della Passione nel Mistero della Passio caritatis di Dio, evitando una concezione estrinseca della Croce che porta sia a svuotarla del suo significato che a leggerla in modo riduttivo(Prof. Dr. André-Marie Jerumanis).

martedì 22 marzo 2016

CHIESA FONDATA, INVIATA E CONGEDATA



“La Chiesa è fondata, inviata, congedata a partire dalla Pasqua”

Il messaggio cristiano di gioia che nasce dalla Risurrezione di Cristo è manifestato al mondo mediante la Chiesa. 

Infatti, il paradosso della gioia e della croce accompagna la vita della Chiesa perché è a partire dal Risorto che la Chiesa attinge la sua vita, la sua forma, estranea a questo mondo che passa. 

Von Balthasar non manca di riflettere sul mistero della Chiesa che conserva, come un mistero d’amore, nel suo centro il venerdì santo e il sabato santo:

«una Chiesa che ama marcia sempre, con il sì mariano-giovanneo, anche in direzione della croce ». 

E una tale Chiesa può solo essere «“tenda” di un popolo pellegrinante» che, in quanto corpo di Cristo, obbedisce alla legge di Cristo.

La norma di Cristo è una norma oggettiva che determina la soggettività del cristiano e dunque anche l’esperienza della sua sofferenza soggettiva: 

«La Chiesa nella sua totalità, nella misura in cui essa è realmente (attraverso l’Eucaristia) corpo di Cristo, deve essere crocifissa con il suo capo e, in primo luogo, senza considerare la sofferenza soggettiva dei cristiani, ma grazie al semplice fatto della loro esistenza e della logica della fede». 

Infatti, von Balthasar ricorda che il peccatore, in quanto peccatore. è appeso alla croce di Cristo, e ciò realmente:

 «“Cristo muore della morte del mio peccato”, mentre io, al di là di me stesso, raggiungo in questa morte la vita dell’amore di Dio». 

Il cristiano porta dunque non la sua sofferenza, bensì la sofferenza di morte del Cristo. 

Perciò il cristiano, secondo l’apriorità e l’oggettività di questo essere con-crocifissi, deve orientare la sua soggettività.


domenica 20 marzo 2016

IL MESSAGGIO CRISTIANO E' GIOIA


“Il messaggio cristiano è gioia”

«L’evento cristiano comincia con l’incarnazione annunciata come la “grande gioia” (Lc 2, 10). 

L’evento sfocia nella grande gioia e meraviglia della risurrezione (Lc 24, 41) e del ritorno al Padre (Lc 24, 55)»2.

E’ solo alla luce del mistero pasquale che si riesce ad intuire l’originalità della gioia cristiana e quanto il messaggio cristiano sia messaggio di gioia. 

«La vita e la passione di Cristo ricevono la loro giustificazione a partire dalla Pasqua, e la missione della Chiesa di annunciare questa universale giustificazione di Dio nel mondo con l’evento pasquale, resta una missione di gioia», nonostante il dramma della sofferenza.

Von Balthasar sottolinea come il messaggio delle beatitudini esprime questo paradosso della gioia cristiana:

« nessuna gioia è  profonda senza sacrificio delle felicità superficiali; 

non soltanto sul piano individuale, ma anche sociale: il singolo può rinunciare a se stesso con gioia per il bene comune», tuttavia, non nel senso hegeliano-marxista di un sacrificio della persona, bensì con la coscienza di essere amato ed eternamente affermato come persona.

 E questo, a partire dalla luce che scaturisce esplicitamente dalla buona novella della Risurrezione. 

E’ il sì filiale che diviene il paradigma d’interpretazione dell’atteggiamento cristiano davanti alla gioia e alla croce: 

«Il sì alla sofferenza e alla notte ha la sua ultima giustificazione nella cristologia: 

in un sì del Figlio alla volontà del Padre che ha potuto essere pronunciato soltanto nella gioia e non nel lamento». In tal modo von Balthasar ci svela la dimensione trinitaria del mistero della sofferenza. 

Dietro il sì del Figlio alla volontà del Padre sta il cuore del Padre, un Padre che deve essere d’accordo già prima con le sofferenze dell’amato. 

La gioia cristiana include dunque nel suo centro la croce. 

Von Balthasar ha meditato a lungo sulla dialettica cristiana della gioia e della croce, mostrando come questa dialettica rimanda a un mistero nel cuore stesso di Dio, e si chiede: 

«Non potrebbe la gioia divina essere così grande e così profonda da tollerare di albergare in sé il grido dell’abbandono di Dio senza esserne offuscata?»


sabato 19 marzo 2016

MA IL MISTERO PASQUALE



Ma IL MISTERO PASQUALE


Non è un mistero isolato, passato: è un mistero vivo nella fede dei credenti perché il Signore risorto è vivo nella sua Chiesa, e "continua a offrirsi in nostro favore" attraverso il sacrificio eucaristico: 

"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Gv 6,54).

  La Chiesa celebra la Pasqua del Signore, seguendo l'esempio di Gesù dopo la risurrezione: "La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana... venne Gesù. Otto giorni dopo... venne Gesù" (Gv 20,19.26).
 
Il primo giorno della settimana ha sostituito il sabato ebraico come giorno sacro per i cristiani: la DOMENICA - dal latino "dies domìnica", giorno del Signore - è la Pasqua che si rinnova nel segno della festa e della risurrezione. 

La Pasqua è la più grande delle solennità, su di essa è incentrato l'anno liturgico che celebra "tutto il mistero di Cristo dall'Incarnazione e dalla Natività fino alla Ascensione e alla Pentecoste, nell'attesa della beata speranza e del ritorno del Signore. 

Ricordando tutti i misteri della redenzione la Chiesa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore Gesù, in modo tale da renderli come presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed esser ripieni della grazia della salvezza" (Documenti del Concilio).

  La spiritualità cristiana ha visto nella Domenica il primo giorno della nuova creazione, a anche l' "ottavo giorno" che segue il riposo del Signore nel sepolcro: da qui l'usanza di erigere i battisteri in forma ottagonale.

Il  mistero pasquale è così centrale nella vita del cristiano, che non meraviglia più il vedere a Piazza s. Pietro- la Domenica delle Palme- migliaia e migliaia di fedeli, arrivati da tutto il mondo per celebrare- assieme al Papa- la festa della gioventù, ma anche L’inizio della Settimana Santa che ripropone - anno dopo anno,- la Via Crucis, cioè la Passione e Morte di Gesù Cristo, figlio di Dio. 

Hanno intervistato l’attore (ormai vecchio, sono più di 40 anni che interpreta Jesus) e gli hanno chiesto se è stanco di tale ruolo. Si è meravigliato di tale domanda (dagli italiani era facile aspettarselo, perché spesso ci “stufiamo“ di tutto) e ha detto con tanta semplicità che Jesus gli ha cambiato la vita.

Il nostro augurio è che la cambi a tanti di noi che arranchiamo nella povertà dell’oggi, nella miseria di sentimenti e di amore, mentre- in realtà- Gesù Cristo è solo Amore per tutti. 

Jesus Christ Superstar in questo mondo che ti tradisce giorno dopo giorno, che uccide gli innocenti, peggio che al tempo di Erode, che maltratta le sue compagne di vita, che sta riducendo il Creato un mucchio di rovine, aiutaci a trovare la strada che porta a te e che ci fa voler bene come fratelli.


Ho amato in modo particolare il teologo  Hans Urs von Balthasar, e del suo pensiero,  ripropongo un suo stimolo per il cammino intellettuale e spirituale del cristiano in questo tempo di Pasqua.

venerdì 18 marzo 2016

EFFETTI E NECESSITA' DEI SACRAMENTI


Effetti e necessità dei sacramenti

Tutti i sacramenti conferiscono la grazia santificante a coloro che non frappongono ostacolo. Questa grazia è «il dono dello Spirito che ci giustifica e ci santifica» (Catechismo, 2003). Inoltre i sacramenti conferiscono la grazia sacramentale, che è la grazia «propria di ciascun sacramento» (Catechismo, 1129): un aiuto divino per ottenere il fine di quel sacramento.

Non solo riceviamo la grazia santificante, ma lo stesso Spirito Santo. «Per mezzo dei sacramenti della Chiesa, Cristo comunica alle membra del suo Corpo il suo Spirito, Santo e santificatore» (Catechismo, 739). Il frutto della vita sacramentale è che lo Spirito Santo deifica i fedeli unendoli vitalmente a Cristo (cfr. Catechismo, 1129).
I sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine sacro, oltre la grazia, conferiscono il cosiddetto carattere sacramentale, che è un segno spirituale indelebile che si imprime nell’anima, col quale il cristiano partecipa del sacerdozio di Cristo e fa parte della Chiesa secondo stati e funzioni diversi. 

Il carattere sacramentale nel cristiano rimane per sempre come disposizione positiva alla grazia, come promessa e garanzia della protezione divina e come vocazione al culto divino e al servizio della Chiesa. Pertanto questi tre sacramenti non possono essere ripetuti (cfr. Catechismo, 1121).

I sacramenti che Cristo ha affidato alla sua Chiesa sono necessari – almeno il desiderio di riceverli – per la salvezza, per ottenere la grazia santificante. Nessuno è superfluo, anche se alla singola persona non sono tutti necessari.

I sacramenti «sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è Lui che battezza, è Lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa» (Catechismo, 1127). L’effetto sacramentale si produce ex opere operato (per il fatto stesso che il segno sacramentale è compiuto). «Il sacramento non agisce in virtù della giustizia dell’uomo che lo dà o che lo riceve, ma attraverso il potere di Dio». 

«Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro» (Catechismo, 1128).

L’uomo che amministra il sacramento si mette al servizio di Cristo e della Chiesa, e per questo si chiama ministro del sacramento; non può essere un qualunque fedele, normalmente ha bisogno della speciale configurazione con Cristo Sacerdote che dà il sacramento dell’Ordine.

L’efficacia dei sacramenti è dovuta a Cristo stesso, che opera in essi; «tuttavia i frutti dei sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di colui che li riceve» (Catechismo, 1128): quanto migliori disposizioni egli ha di fede, di conversione del cuore e di adesione alla volontà di Dio, più abbondanti saranno gli effetti della grazia che riceve (cfr. Catechismo, 1098).

«La Santa Madre Chiesa ha inoltre istituito i sacramentali. Questi sono segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l’effetto principale dei sacramenti e vengono santificate le varie circostanze della vita». 

«Non conferiscono la grazia dello Spirito Santo alla maniera dei sacramenti; però mediante la preghiera della Chiesa preparano a ricevere la grazia e dispongono a cooperare con essa» (Catechismo, 1670). «Fra i sacramentali ci sono innanzi tutto le benedizioni (di persone, della mensa, di oggetti, di luoghi)» (Catechismo, 1671).

La liturgia cristiana «è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito», e possiede una duplice dimensione: ascendente e discendente. «La Liturgia è azione di Cristo tutto intero (Christus totus)» (Catechismo, 1136); perciò «è tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra» (Catechismo, 1140). 

Al centro dell’assemblea, pertanto, si trova lo stesso Gesù Cristo (cfr. Mt 18, 20), ormai risuscitato e glorioso. Cristo precede l’assemblea che celebra. Egli – che opera unito inseparabilmente allo Spirito Santo – la convoca, la riunisce e insegna. 

Egli, Sommo ed Eterno Sacerdote è il protagonista principale dell’atto rituale, sebbene si serva dei suoi ministri per ri-presentare (per fare presente, realmente nella celebrazione liturgica) il suo sacrificio di redenzione e farci partecipi dei doni conviviali della sua Eucaristia.

Senza dimenticare che formando con Cristo-Capo «quasi un’unica persona mistica», la Chiesa opera nei sacramenti come “comunità sacerdotale”, “organicamente strutturata”: grazie al Battesimo e alla Confermazione, il popolo sacerdotale diventa atto a celebrare la liturgia. Perciò «le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione».

In ogni celebrazione liturgica compartecipa la Chiesa intera, i cieli e la terra, Dio e gli uomini (cfr. Ap 5). La liturgia cristiana, anche quando si celebra in un determinato momento, in un determinato luogo ed è espressione di una comunità particolare, è per sua natura cattolica, proviene dal tutto e conduce al tutto, in unità con il Papa, con i vescovi in comunione col Romano Pontefice, con i credenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi «perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 28). Da questa prospettiva, è estremamente importante il principio secondo cui il vero soggetto della liturgia è la Chiesa, concretamente la communio sanctorum di tutti i luoghi e di tutti i tempi. 

Quanto più una celebrazione è animata da questa coscienza, tanto più si realizza in essa il significato della liturgia. Espressione della coscienza di unità e universalità della Chiesa è l’uso del latino e del canto gregoriano in alcune parti della celebrazione liturgica.

Partendo da queste considerazioni, possiamo dire che l’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati, i quali, «per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo, vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici». 

Questo “sacerdozio comune” è quello di Cristo unico Sacerdote, partecipato da tutti i suoi membri. «In questo modo, nella celebrazione dei sacramenti, tutta l’assemblea è “liturgia”, ciascuno secondo la propria funzione, ma nella “unità dello Spirito” che agisce in tutti» (Catechismo, 1144). 

Per questo la partecipazione alle celebrazioni liturgiche, anche se non abbraccia tutta la vita soprannaturale dei fedeli, costituisce per essi, come lo è per tutta la Chiesa, il culmine al quale tende tutta la loro attività e la sorgente da cui scaturisce la loro forza. In realtà, «la Chiesa si riceve e insieme si esprime nei sette Sacramenti, attraverso i quali la grazia di Dio influenza concretamente l’esistenza dei fedeli affinché tutta la vita, redenta da Cristo, diventi culto gradito a Dio».

Quando ci riferiamo all’assemblea come soggetto della celebrazione, vogliamo dire che ognuno, come attore opera come membro dell’assemblea, fa tutto e solo quello che gli compete. Le «membra non hanno tutte la medesima funzione» (Rm 12, 4). Alcuni sono chiamati da Dio nella e per la Chiesa a un servizio particolare della comunità. 

Questi servitori sono scelti mediante il sacramento dell’Ordine, col quale lo Spirito Santo li rende idonei ad agire in rappresentanza di Cristo-Capo per il servizio di tutti i membri della Chiesa. Come ha chiarito in diverse occasioni Giovanni Paolo II, «in persona Christi vuol dire più che “a nome” oppure “nelle veci” di Cristo. 

In persona Christi, cioè nella specifica, sacramentale identificazione col sommo ed eterno sacerdote, che è l’autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno». Possiamo dire graficamente, come indicato dal Catechismo, che «il ministro ordinato è come l’icona di Cristo Sacerdote» (Catechismo, 1142).

«Il Mistero celebrato nella Liturgia è uno, ma variano le forme nelle quali esso è celebrato». «È tale l’insondabile ricchezza del Mistero di Cristo che nessuna tradizione liturgica può esaurirne l’espressione» (Catechismo, 1200-1201). «Le tradizioni liturgiche, o riti, attualmente in uso nella Chiesa sono il rito latino (principalmente il rito romano, ma anche i riti di certe Chiese locali, come il rito ambrosiano o di certi Ordini religiosi) e i riti bizantino, alessandrino o copto, siriaco, armeno, maronita e caldeo» (Catechismo, 1203). 

«La santa Madre Chiesa considera con uguale diritto e onore tutti i riti legittimamente riconosciuti, e vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati».

Il mistero pasquale è il centro della fede cristiana: noi crediamo infatti che Gesù "è morto per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra salvezza" (San Paolo). 

La Pasqua è il coronamento dell'incarnazione; la morte di Gesù è il punto di massimo annientamento, la sua risurrezione segna il rinnovamento dell'umanità redenta. La Pasqua cristiana celebra il nuovo esodo dalla morte alla vita: "E' stata immolata la nostra Pasqua, Cristo" scrive San Paolo. 


giovedì 17 marzo 2016

MORTE E RISURREZIONE FINALE


Morte e risurrezione finale

In questa vita, la nostra partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo non è mai completa. Ma arriva il momento in cui questa partecipazione diventa piena e definitiva: il momento della nostra morte. 

La morte come completamento della vita del cristiano, che dà la possibilità di vivere con Cristo, è mirabilmente espressa da s. Paolo: " Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno... Desidero di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo: sarebbe la cosa migliore " ( Fil 1, 23 ). 

Sant’Ignazio di Antiochia ( + 107 ) nella sua lettera ai Romani, li esorta a non fare nulla per impedirgli il martirio: " Lasciate che io sia pasto delle belve, mediante le quali mi è dato di raggiungere Dio... Ora, in catene, imparo a spogliarmi di ogni desiderio... Quanto è per me più glorioso morire per Cristo Gesù che regnare su tutta la terra, fino agli estremi confini. Io cerco colui che è morto per noi; io voglio colui che per noi è risorto. 

Ecco è vicino il momento in cui sarò partorito... Lasciate che io raggiunga la pura luce. Giunto là, io sarò veramente uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio. Chi ha Dio nel cuore comprende quello che io bramo. Le mie brame terrene sono crocifisse... Pregate per me, affinché possa raggiungere il mio intento ".

La morte, liberamente accettata, è il culmine della vita cristiana. Tutta la vita è piena di avvenimenti dolorosi che resterebbero senza spiegazione se non diventassero una concreta possibilità di unirsi alle sofferenze e alla morte di Cristo per regnare poi con lui. 

Le sofferenze di qualunque genere sono per noi il modo concreto per partecipare alla sofferenza di Cristo e offrire tutto, insieme con lui, al Padre per la redenzione del mondo. Diceva s. Paolo: " Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa " ( Col 1, 24 ).

L’accettazione libera delle piccole e grandi sofferenze è così per ognuno la preparazione più bella per saper accettare e offrire l’ultima grande sofferenza che è la morte. 

Ma questo è solo il primo aspetto, quello negativo. Resta l’altro, il più bello, quello positivo, al quale il primo è ordinato. Come la morte fisica mi aiuta a comprendere le mie piccole " morti " quotidiane, così la risurrezione finale getta la sua luce sulla mia vita di tutti i giorni. S. Paolo ci dice: " Con lui (Cristo ) siete stati insieme risuscitati. 

Con lui, Dio ha dato vita anche a voi che eravate morti per i vostri peccati" (Col 1, 12 – 13); " Dio ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo... Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Gesù Cristo" ( Ef 2, 4 – 6 ).Tutta la nostra vita quindi è già illuminata, non solo dalla speranza, ma anche da una certa presenza reale della vita futura. 

Per il cristiano non ci sono più situazioni disperate. Tutto può essere ripreso, rinnovato: su ogni maceria si può ricominciare a costruire. A tutto c’è rimedio, anche alla morte. Bisogna giungere fino alla morte per conoscere la gioia della risurrezione.

Le parole e le azioni di Gesù durante la sua vita nascosta a Nazaret e nel suo ministero pubblico erano salvifiche e anticipavano la forza del suo mistero pasquale. «Venuta la sua ora (cfr. Gv 13, 1; 17, 1), Egli vive l’unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto. risuscita dai morti e siede alla destra del Padre “una volta per tutte” (Rm 6, 10; Eb 7, 27; 9, 12).

È un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti nel passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. 

L’evento della Croce e della Risurrezione rimane e attira tutto verso la Vita» (Catechismo, 1085).
Come sappiamo, «all’inizio dell’essere cristiano c’è l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Ecco perché «la sorgente della nostra fede e della liturgia eucaristica, infatti, è il medesimo evento: il dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale».                                                                                                
«Quest’opera della Redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del Mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione». «Questo Mistero di Cristo la Chiesa annunzia e celebra nella sua liturgia» (Catechismo, 1068).

«Giustamente la Liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale». «Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al Sacrificio eucaristico e ai sacramenti» (Catechismo, 1113).

«Assiso alla destra del Padre da dove effonde lo Spirito Santo nel suo Corpo che è la Chiesa, Cristo agisce ora attraverso i sacramenti, da Lui istituiti per comunicare la sua grazia» (Catechismo, 1084).

«I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina. I riti visibili con i quali i sacramenti sono celebrati significano e realizzano le grazie proprie di ciascun sacramento» (Catechismo, 1131). 

«I sacramenti sono segni sensibili (parole e azioni), accessibili alla nostra attuale umanità» (Catechismo, 1084).

«Attenendoci alla dottrina delle Sacre Scritture, alle tradizioni apostoliche e all’unanime pensiero dei Padri, noi professiamo che i sacramenti della nuova Legge sono stati istituiti tutti da Gesù Cristo, nostro Signore».

«Nella Chiesa vi sono sette sacramenti: il Battesimo, la Confermazione o Crismazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine, il Matrimonio» (Catechismo, 1113). «I sette sacramenti toccano tutte le tappe e tutti i momenti importanti della vita del cristiano:

grazie ad essi, la vita di fede dei cristiani nasce e cresce, riceve la guarigione e il dono della missione. In questo si dà una certa somiglianza tra le tappe della vita naturale e quelle della vita spirituale» (Catechismo, 1210). Costituiscono un insieme ordinato, nel quale l’Eucaristia occupa il centro, perché contiene l’Autore stesso dei sacramenti (cfr. Catechismo, 1211).

I sacramenti significano tre cose: la causa santificante, che è la Morte e Risurrezione di Cristo; l’effetto santificante o grazia; il fine della santificazione, che è la gloria eterna. «Il sacramento è segno commemorativo del passato, ossia della Passione del Signore; è segno dimostrativo del frutto prodotto in noi dalla sua passione, cioè dalla grazia; è segno profetico, che preannunzia la gloria futura».

Il segno sacramentale, proprio di ogni sacramento, è costituito da cose (elementi materiali – acqua, olio, pane, vino – e da gesti umani – abluzione, unzione, imposizione delle mani, ecc.), che si chiamano materia; e da parole pronunciate dal ministro del sacramento, che costituiscono la forma. In realtà, «ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (Catechismo, 1153).


Nella liturgia dei sacramenti c’è una parte immutabile (quello che Cristo stesso stabilì intorno al segno sacramentale) e altre parti che la Chiesa può cambiare, per il bene dei fedeli e una maggiore venerazione dei sacramenti, adattandole alle circostanze di tempo e di luogo. 

«Nessun rito sacramentale può essere modificato o manipolato dal ministro o dalla comunità a loro piacimento» (Catechismo, 1125).