venerdì 11 marzo 2016

IL SABATO SANTO


Il Sabato Santo

Anche il Sabato Santo ha una funzione importante nel cammino della nostra realizzazione umana. 

La Liturgia ci crede capaci di immaginarci per un’intera giornata Gesù morto nel sepolcro. E c’invita a scendere nella nostra tomba, nella nostra profondità, e lì otteniamo l’unificazione con il fondamento del nostro essere, con la radice della nostra vita. 

Gesù non solo ha esperimentato la nostra morte, ma rimase morto per tre lunghi giorni. Egli non poteva agire né sentire più; era senza vita, isolato da ogni genere di comunicazione. Nel sepolcro, Gesù esperimentò la morte come abbandono totale, come la solitudine più radicale, nella quale non c’è posto per nessuna parola d’amore.

Il Sabato Santo ci vuol assicurare che Gesù è penetrato nella nostra solitudine, nella nostra freddezza, nella nostra rigidità. E lì, dove l’unica cosa che comanda è la morte, l’unica cosa che vive è il suo amore. Lì, dove siamo isolati dalla vita, ci raggiunge Lui con la sua parola d’amore.

Nel Sabato Santo, si tratta del fatto che noi, assieme a Gesù, possiamo scendere nelle nostre ombre e ricuperare e rendere fecondo tutto quanto Dio ci ha dato in dono come possibilità di crescita. Il giorno del Sabato Santo dovremmo affrontare la nostra “situazione sepolcrale” e introdurre nella nostra angustia la fede nella risurrezione.

Nel Sabato Santo si tratta, inoltre, del ristabilimento della storia della propria vita, della guarigione dei ricordi. I monaci dell’Egitto hanno conosciuto un metodo che ci può aiutare per guarire il nostro passato carico di tante ferite. Si tratta di immaginarci che stiamo tre giorni nel sepolcro. 

Se avessimo il coraggio di rappresentarci questo una volta, che cosa abbandoneremmo nella nostra tomba? Quali pretensioni esagerate che ci mutilano la vita, quali ricordi, quali falsi motivi? Quali pezzi di pietra che avremmo potuto lasciare nella tomba trasciniamo inutilmente con noi? Quanti morti trasciniamo realmente in noi, nel nostro corpo, nei nostri sentimenti?

Quante asprezze rimangono come briciole nel nostro stomaco? Tutto questo dovremmo lasciarlo nella tomba. Così, potremmo risuscitare meno preoccupati, più liberi, più naturali.

Dovremmo ripassare tutta la storia della nostra vita d’accordo con le esperienze che ci hanno danneggiato, le ingiurie e maltrattamenti che gli uomini ci hanno inferto, e dovremmo domandarci come abbiamo reagito davanti a queste offese. Forse non abbiamo voluto ammetterle in tutta la loro magnitudine, perché ci hanno danneggiato troppo. 

E allora abbiamo voluto stringere fortemente i denti e in questo modo ci siamo chiusi in blinde per non dover sentire il dolore. Per questo sono morte tutte queste cose. Adesso ne sentiamo la mancanza e le trasciniamo come pezzi rigidi e morti che in verità non ci appartengono.

Molte persone rifiutano il ristabilimento, la guarigione interiore. E forse scopriamo anche noi che non siamo disposti a lasciarci guarire incondizionatamente da Dio. Non vogliamo lasciarci sfuggire di mano tutte le scuse con le quali ci difendiamo da una trasformazione. Il rifiuto di ascoltare la chiamata di Gesù per uscire dal sepolcro, ci impedisce di cominciare a vivere da risorti e da “cirenei” per i più tribolati di noi in questo mondo.

Se in questi giorni accompagniamo Gesù nel suo cammino, percorriamo nello stesso tempo la via della nostra autentica liberazione umana, che porta all’accettazione di sé e della propria storia in profonda pace. 

Quest’accettazione è il risultato di una riconciliazione universale (con Dio, origine d’ogni realtà, con se stesso, con gli altri e con gli avvenimenti della propria storia) ed è condizione indispensabile per aprirsi agli altri mediante il dono di sé.

È vero, infatti, che «chi cerca di fare ed agire in favore degli altri, o del mondo, senza approfondire la conoscenza di sé, la propria libertà, integrità e capacità di amare, non avrà niente da dare agli altri. Comunicherà loro nient’altro che il contagio delle proprie ossessioni, aggressività, delusioni riguardanti fine e mezzi e ambizioni, egocentriche» .


Seguendo i passi del Crocifisso-Risorto ognuno di noi, comincia a esperimentare in se stesso il potere dell’amore misericordioso di Dio rivelato in Cristo Crocifisso e Risorto, e raggiunge quell’unità interiore, che lo spinge a darsi ai fratelli, per farli partecipi della sua salvezza. 

Dall’accettazione di sé in Cristo, dall’abbandono nelle mani di Dio-Padre, nasce il dono di sé per gli altri in Cristo e come Cristo; nasce l’accettazione di sé per Cristo, per l’opera che Egli è venuto a realizzare, seguendolo nella via della Croce, cioè della fedeltà a Dio per la realizzazione del suo Regno, e diviene così partecipe con Lui nella gioia per la salvezza del mondo.

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