mercoledì 2 marzo 2016

INNO ALLA CROCE E IL SABATO SANTO DI COMBONI



L’«Inno alla Croce» e il «Sabato Santo» di Comboni

Nei diversi viaggi verso Khartoum con le bellezze di una natura vergine, che gli “destano nell’anima l’idea più sublime di Dio”, D. Comboni poteva osservare le rovine di antiche civiltà e dei primordi del cristianesimo in quelle terre, soprattutto “…. Tebe, Karnak, Luxor…” (S 200).

Possiamo ritenere, quindi, che l’“Inno alla Croce” sia stato ispirato a Comboni anche dalla vista delle rovine della città di Tebe e dei vicini imponenti templi di Luxor e Karnak. 

La città di Tebe della metà del XIX secolo era solo l’ombra di quella che era stata un tempo, ossia appariva come un agglomerato addossato al tempio di Amenofi III, un ammasso di rovine minacciate dalle inondazioni del fiume.

Questo scenario di decadenza è quanto vide Comboni; dai sui Scritti emerge anche che al tempo del suo arrivo in Alto Egitto in questi luoghi c’era una consistente presenza islamica, che interpella lo zelo del Missionario (S 4545; 4550).

Allora, davanti alle “rovine del paganesimo”, davanti ai popoli che ancora non conoscono il Signore Gesù, l’“Inno alla Croce” che Daniele Comboni intona, è una esaltazione della Salvezza universale nella morte in Croce di Gesù e, nello steso tempo, un processo alla “idolatria”.

Il silenzio che avvolge ancora queste “rovine del paganesimo” e le difficoltà che l’annuncio del Vangelo affronta anche oggi, ci rimandano al “Sabato Santo”, un tempo di attesa indefinita che si fa ricerca della Verità, mentre “Dio morto nella carne, è sceso nel regno degli inferi per chiamare Adamo ed Eva, a vita nuova” , affinché in loro tutti quei “pellegrini nella notte” fossero inclusi nella Salvezza e l’ ”attesa” di tutti i tempi fosse colmata.

È il “sabato dei cuori”, un “vivere nella notte”, il “sabato dell’umanità” in attesa di giustizia e pace, perché non si vive più per il “fine” per il quale si è nati e allora si finisce “per lodare, riverire e servire” déi concepiti da mente umana e costruiti da mani di uomo.


In questo “sabato” in cui “l’umana miseria si adopera a togliere la pace del cuore e la speranza di una vita migliore, noi al fianco di Gesù Crocifisso che patisce per noi, tripudiamo in mezzo all’avversa fortuna, mantenendo intatta quella pace preziosa, che solo appiè della croce può trovare il servo di Dio…” (S 343).

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