giovedì 24 marzo 2016

LA MORTE ALLA LUCE DEL MISTERO PASQUALE



La morte dell’uomo alla luce del Mistero Pasquale.


Nella discesa agli inferi, Cristo si mostra come il Signore dell’Ade. Egli non solidarizza semplicemente con l’umanità peccatrice ma porta nel regno dei refaìm l’annuncio della vittoria ormai compiuta sul peccato e sulla morte. 

Il suo discendere testimonia ulteriormente che non c’è spazio al di fuori della sua portata, ma tutto reca i segni del suo passaggio e nulla mai è definitivamente irrecuperabile. 

Cristo si pone come evento decisivo della storia della salvezza. Egli segna la fine dell’Ade e apre le porte dell’Inferno, come possibilità di eterna dannazione: dinanzi a Cristo l’uomo è chiamato a prendere una decisione, che ormai ha il carattere della definitività. 

L’ultima tappa è la Pasqua: il giorno della Resurrezione.

Per la Chiesa, l’affermazione fondamentale è la resurrezione di Cristo, i cui principali significati teologici sono il suo carattere di unicità, la sua connotazione trinitaria, la necessità della autotestimonianza del Cristo Risorto.

La Resurrezione è la condizione fondamentale, che va messa prima di tutto, perché soltanto essa ci permette di comprendere adeguatamente il significato della morte di Cristo. 

L’Incarnazione è funzionale alla Passione, ma la Passione, senza Resurrezione, non dice niente: la morte in croce e la discesa agli inferi sarebbero un nulla se non ci fosse la Resurrezione. 

La Chiesa ha da sempre avuto coscienza che l’affermazione della Resurrezione di Cristo è fondamentale: da un lato essa l’ha sempre intesa come una realtà oggettiva, dall’altro essa sa che questa affermazione è possibile solo nella fede. 

La Chiesa non ha mai parlato della resurrezione in maniera distanziata o non impegnativa, ma sempre con commozione e nella riflessione. 

Questa affermazione è fondamento della Chiesa, infatti se Cristo non fosse risorto non si darebbe né Chiesa e né fede. È impossibile eliminare dal centro della fede cristiana la Resurrezione di Cristo ed è soltanto qui che ricevono il loro peso l’esistenza terrena di Gesù e la sua croce. 

La testimonianza più antica della Resurrezione è la formula di fede di Paolo ai Corinti: “...che Cristo è morto... e che è stato resuscitato il terzo giorno...” (1Cor 15,3-5). 

Questa citazione, insieme ad altri testi, ci avverte della oggettività con cui è stata creduta da subito la Resurrezione di Cristo. 

Ogni mitizzazione della Resurrezione condurrebbe ad una eliminazione del significato della croce per la redenzione e tra il Dio grazioso, che dona la grazia, e l’io gratificato, che accoglie la grazia, verrebbe a scomparire la mediazione oggettiva di Cristo. 

La filosofia può parlare della croce in maniera molteplice. 

Se essa però non è logos della croce nella fede in Gesù Cristo, potrà dire troppo o troppo poco. 

Troppo, in quanto essa si permette parole e concetti lì dove Dio tace, soffre e muore per rivelare ciò che nessuna filosofia può mai sapere, se non nella fede, e per vincere ciò che nessuna filosofia potrà mai superare. 

Troppo poco, perché essa non sa misurare l’abisso in cui sprofonda la Parola e non saprà mai cogliere in maniera esaustiva la profondità del mistero del dramma della morte di Dio.

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