giovedì 17 marzo 2016

MORTE E RISURREZIONE FINALE


Morte e risurrezione finale

In questa vita, la nostra partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo non è mai completa. Ma arriva il momento in cui questa partecipazione diventa piena e definitiva: il momento della nostra morte. 

La morte come completamento della vita del cristiano, che dà la possibilità di vivere con Cristo, è mirabilmente espressa da s. Paolo: " Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno... Desidero di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo: sarebbe la cosa migliore " ( Fil 1, 23 ). 

Sant’Ignazio di Antiochia ( + 107 ) nella sua lettera ai Romani, li esorta a non fare nulla per impedirgli il martirio: " Lasciate che io sia pasto delle belve, mediante le quali mi è dato di raggiungere Dio... Ora, in catene, imparo a spogliarmi di ogni desiderio... Quanto è per me più glorioso morire per Cristo Gesù che regnare su tutta la terra, fino agli estremi confini. Io cerco colui che è morto per noi; io voglio colui che per noi è risorto. 

Ecco è vicino il momento in cui sarò partorito... Lasciate che io raggiunga la pura luce. Giunto là, io sarò veramente uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio. Chi ha Dio nel cuore comprende quello che io bramo. Le mie brame terrene sono crocifisse... Pregate per me, affinché possa raggiungere il mio intento ".

La morte, liberamente accettata, è il culmine della vita cristiana. Tutta la vita è piena di avvenimenti dolorosi che resterebbero senza spiegazione se non diventassero una concreta possibilità di unirsi alle sofferenze e alla morte di Cristo per regnare poi con lui. 

Le sofferenze di qualunque genere sono per noi il modo concreto per partecipare alla sofferenza di Cristo e offrire tutto, insieme con lui, al Padre per la redenzione del mondo. Diceva s. Paolo: " Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa " ( Col 1, 24 ).

L’accettazione libera delle piccole e grandi sofferenze è così per ognuno la preparazione più bella per saper accettare e offrire l’ultima grande sofferenza che è la morte. 

Ma questo è solo il primo aspetto, quello negativo. Resta l’altro, il più bello, quello positivo, al quale il primo è ordinato. Come la morte fisica mi aiuta a comprendere le mie piccole " morti " quotidiane, così la risurrezione finale getta la sua luce sulla mia vita di tutti i giorni. S. Paolo ci dice: " Con lui (Cristo ) siete stati insieme risuscitati. 

Con lui, Dio ha dato vita anche a voi che eravate morti per i vostri peccati" (Col 1, 12 – 13); " Dio ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo... Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Gesù Cristo" ( Ef 2, 4 – 6 ).Tutta la nostra vita quindi è già illuminata, non solo dalla speranza, ma anche da una certa presenza reale della vita futura. 

Per il cristiano non ci sono più situazioni disperate. Tutto può essere ripreso, rinnovato: su ogni maceria si può ricominciare a costruire. A tutto c’è rimedio, anche alla morte. Bisogna giungere fino alla morte per conoscere la gioia della risurrezione.

Le parole e le azioni di Gesù durante la sua vita nascosta a Nazaret e nel suo ministero pubblico erano salvifiche e anticipavano la forza del suo mistero pasquale. «Venuta la sua ora (cfr. Gv 13, 1; 17, 1), Egli vive l’unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto. risuscita dai morti e siede alla destra del Padre “una volta per tutte” (Rm 6, 10; Eb 7, 27; 9, 12).

È un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti nel passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. 

L’evento della Croce e della Risurrezione rimane e attira tutto verso la Vita» (Catechismo, 1085).
Come sappiamo, «all’inizio dell’essere cristiano c’è l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Ecco perché «la sorgente della nostra fede e della liturgia eucaristica, infatti, è il medesimo evento: il dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale».                                                                                                
«Quest’opera della Redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del Mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione». «Questo Mistero di Cristo la Chiesa annunzia e celebra nella sua liturgia» (Catechismo, 1068).

«Giustamente la Liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale». «Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al Sacrificio eucaristico e ai sacramenti» (Catechismo, 1113).

«Assiso alla destra del Padre da dove effonde lo Spirito Santo nel suo Corpo che è la Chiesa, Cristo agisce ora attraverso i sacramenti, da Lui istituiti per comunicare la sua grazia» (Catechismo, 1084).

«I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina. I riti visibili con i quali i sacramenti sono celebrati significano e realizzano le grazie proprie di ciascun sacramento» (Catechismo, 1131). 

«I sacramenti sono segni sensibili (parole e azioni), accessibili alla nostra attuale umanità» (Catechismo, 1084).

«Attenendoci alla dottrina delle Sacre Scritture, alle tradizioni apostoliche e all’unanime pensiero dei Padri, noi professiamo che i sacramenti della nuova Legge sono stati istituiti tutti da Gesù Cristo, nostro Signore».

«Nella Chiesa vi sono sette sacramenti: il Battesimo, la Confermazione o Crismazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine, il Matrimonio» (Catechismo, 1113). «I sette sacramenti toccano tutte le tappe e tutti i momenti importanti della vita del cristiano:

grazie ad essi, la vita di fede dei cristiani nasce e cresce, riceve la guarigione e il dono della missione. In questo si dà una certa somiglianza tra le tappe della vita naturale e quelle della vita spirituale» (Catechismo, 1210). Costituiscono un insieme ordinato, nel quale l’Eucaristia occupa il centro, perché contiene l’Autore stesso dei sacramenti (cfr. Catechismo, 1211).

I sacramenti significano tre cose: la causa santificante, che è la Morte e Risurrezione di Cristo; l’effetto santificante o grazia; il fine della santificazione, che è la gloria eterna. «Il sacramento è segno commemorativo del passato, ossia della Passione del Signore; è segno dimostrativo del frutto prodotto in noi dalla sua passione, cioè dalla grazia; è segno profetico, che preannunzia la gloria futura».

Il segno sacramentale, proprio di ogni sacramento, è costituito da cose (elementi materiali – acqua, olio, pane, vino – e da gesti umani – abluzione, unzione, imposizione delle mani, ecc.), che si chiamano materia; e da parole pronunciate dal ministro del sacramento, che costituiscono la forma. In realtà, «ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (Catechismo, 1153).


Nella liturgia dei sacramenti c’è una parte immutabile (quello che Cristo stesso stabilì intorno al segno sacramentale) e altre parti che la Chiesa può cambiare, per il bene dei fedeli e una maggiore venerazione dei sacramenti, adattandole alle circostanze di tempo e di luogo. 

«Nessun rito sacramentale può essere modificato o manipolato dal ministro o dalla comunità a loro piacimento» (Catechismo, 1125).

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