lunedì 9 aprile 2018


ADATTAMENTI CHE SPETTANO ALLE CONFERENZE EPISCOPALI

Spetta alle Conferenze Episcopali, in virtù della Costituzione sulla sacra Liturgia (art. 63b), preparare nei Rituali particolari un «Titolo» che corrisponda a questo «Titolo» del Rituale
romano, con gli opportuni adattamenti, secondo le necessità delle singole regioni, in modo che, dopo la revisione della Sede Apostolica, se ne possa far uso nelle regioni interessate.
Ecco, a questo riguardo, i diritti e i compiti delle Conferenze Episcopali:

a) Determinare gli adattamenti previsti dall'art. 39 della Costituzione sulla sacra Liturgia.

b)
Ponderare con illuminata prudenza l'eventuale opportunità di accogliere qualche elemento proprio della tradizione e del carattere dei singoli popoli, e proporre quindi alla Sede  
Apostolica altri adattamenti ritenuti utili o necessari, da introdursi con il suo consenso.

c
) Conservare eventuali elementi propri già inclusi nei Rituali particolari per gli infermi, purché si possano armonizzare con la Costituzione sulla sacra Liturgia e con le necessità attuali; oppure predisporre un adattamento di questi elementi propri.


d)
Preparare la traduzione dei testi, in modo che essa corrisponda davvero all'indole delle varie lingue e alle diverse culture, aggiungendovi, secondo l'opportunità, le me­lodie per il canto.

e)
Adattare e completare, se ne è il caso, le premesse introduttive del Rituale romano, per facilitare la partecipazione consapevole e attiva dei fedeli.


f)
Distribuire la materia in modo che le edizioni dei libri liturgici curate dalle singole Conferenze Episcopali risultino davvero comode e pratiche per l'uso pastorale.
Quando il Rituale romano presenta più formule a scelta, i Rituali particolari possono aggiungere altre formule simili.


La Conferenza Episcopale Italiana ha ritenuto opportuno inserire nel testo alcuni minimi adattamenti e aggiunte, per rendere più intelligibile e idoneo alle diverse circostanze lo svolgimento della celebrazione.

I testi aggiunti sono segnati con asterisco.

L'Ordinario della Messa, con la Prece eucaristica II, vi è stato inserito per l'utilità del sacerdote che celebra nella casa dell'infermo o
in altre circostanze particolari.

ADATTAMENTI CHE SPETTANO AL MINISTRO


 
Il ministro, tenute presenti le circostanze concrete e altre necessità, come pure le eventuali richieste dei malati e degli altri fedeli, si serva volentieri delle varie possibilità proposte dal rito.
a) Tenga conto anzitutto dello stato di prostrazione degli infermi e degli alti e bassi del loro fisico nel corso della medesima giornata o di una stessa ora. Proprio per questo, potrà, secondo i casi, abbreviare la celebrazione.
b) Anche se la celebrazione si svolge senza la partecipa­zione di fedeli, ricordi il sacerdote che in lui e nell'infermo già è presente la Chiesa. Procuri quindi che prima della celebrazione del sacramento o anche dopo di essa, venga data all'infermo una dimostrazione concreta dell'amore fattivo della comunità locale; potrà farsene interprete lui stesso o affidarne il compito a un altro membro della comunità, purché non ci siano difficoltà da parte dell'infermo.
c) Se dopo l'Unzione l'infermo si ristabilisce, lo si esorti a render grazie a Dio per il beneficio ricevuto, partecipando per esempio a una Messa di ringraziamento, o in altra maniera.
Pur conservando nella celebrazione la struttura del rito, il ministro sappia adattarla alle circostanze di luogo e di persone. Potrà, per esempio, secondo l'opportunità, far l'atto penitenziale o all'inizio del rito o dopo la lettura della sacra Scrittura. Potrà sostituire con una ammonizione la preghiera di rendimento di grazie sull'Olio. Sappia tener presente questa possibilità di adattamento soprattutto quando il malato è degente in un ospedale, e gli altri infermi della sala o della corsia rimangono del tutto estranei alla celebrazione.

ORDINE SACRO e ordinazione. - Secondo la dottrina cattolica Gesù Cristo istituì la sua Chiesa in forma di società perfetta, e la dotò di un'autorità, alla quale affidò il potere di governare e istruire i fedeli, e di ministrare loro i mezzi da lui stabiliti per la vita soprannaturale. Il potere di ministrare questi mezzi costituisce la potestas ordinis, e viene dato per mezzo d'uno speciale sacramento, che si chiama ordine; l'azione e il rito con cui tale sacramento viene conferito si chiama ordinazione. Sebbene il sacramento sia uno, l'ordine non è unico, ma molteplice. Tre sono gli ordini d'istituzione divina: il diaconato, il presbiterato, e l'episcopato, tutti gli altri sono d'istituzione ecclesiastica, quale preparazione ai primi. Precisamente perché d'origine divina, il diaconato, il presbiterato e l'episcopato si trovano in tutti i tempi e presso tutte le chiese, sia di rito latino, sia di rito orientale. Gli altri ordini invece, perché d'origine umana, subirono varie mutazioni presso i varî riti. Nella Chiesa latina, secondo la legislazione attualmente in vigore (la quale però è antichissima, perché fondatamente la si fa risalire al secolo III o IV) gli ordini sono otto: cioè ai tre suddetti si debbono aggiungere l'ostiariato, il lettorato, l'esorcistato, l'accolitato, e il suddiaconato. La tonsura non è un ordine, ma soltanto un rito di ascrizione al ceto di persone che riceve gli ordini.
La Chiesa latina distingue i suoi otto ordini in maggiori e minori; maggiori sono il suddiaconato, il diaconato, il presbiterato e l'episcopato; minori gli altri. I maggiori sono anche chiamati sacri, perché più direttamente servono al ministero dell'altare, al quale servizio dispongono con una consacrazione perpetua e irrevocabile, e importano l'obbligo del celibato.
Ministro degli ordini è il vescovo; però gli ordini minori e la tonsura, essendo d'istituzione solamente ecclesiastica, possono essere conferiti anche da altra persona. Secondo il diritto vigente, hanno tale potere, annesso alla loro dignità, i cardinali, gli abbati regolari di governo, i vicarî e prefetti apostolici. La tonsura e gli ordini minori possono essere conferiti anche fuori della messa e negli oratorî privati; i maggiori soltanto nella messa e, se si tratta di ordinazioni generali, nella chiesa cattedrale, e quasi solo per eccezione altrove. La tonsura non può essere conferita con gli ordini minori, come neppure questi tutti insieme nello stesso giorno.
Per ricevere gli ordini si richiede: 1. avere l'età canonica, cioè 21 anni compiuti per il suddiaconato, 22 per il diaconato, 24 per il sacerdozio, 30 per l'episcopato; per la tonsura e per gli ordini minori non vi è età fissa: essi però non possono essere ricevuti prima dell'inizio degli studî teologici. 2. Possedere la scienza teologica e morale conveniente; il corso di teologia prescritto deve essere fatto frequentando le scuole speciali e con il programma stabilito dai sacri canoni. 3. Avere ricevuto gli ordini precedenti; le ordinazioni per salti sono interdette. 4. osservare il debito intervallo tra i varî ordini, cioè d'un anno tra gli ordini minori e il suddiaconato, e di 6 mesi per il diaconato e il presbiterato. 5. Avere un titolo canonico per la sostentazione, il quale può essere un beneficio ecclesiastico, il proprio patrimonio, o il servizio della diocesi o della missione; per i religiosi è il titulus paupertatis o della mensa comune. 6. Essere libero dalle irregolarità e dagl'impedimenti (v. appresso).
Il rito dell'ordinazione al diaconato, presbiterato ed episcopato è quello del Pontificale Romano. Esso deve essere osservato nella sua integrità; non tutte le cerimonie sono però essenziali, ritenendosi comunemente che l'essenza dell'ordine consista nella sola imposizione delle mani accompagnata dalla recita della formula corrispondente, mentre la consegna degli strumenti e le altre parti sono stimate accessorie. Per gli altri ordini d'istituzione umana, il rito consiste nella consegna degli strumenti, con la recita della formula da parte dell'ordinante. Gli ordini minori e il suddiaconato, sebbene non imprimano il carattere, non sono iterabili; i maggiori, essendo sacramento, imprimono il carattere, sono incancellabili, e il loro esercizio, anche se talvolta illecito, è sempre valido.
L'irregolarità ecclesiastica non è di per sé né una pena né una censura, ma "impedimento canonico perpetuo, che vieta di natura propria e direttamente, anzitutto la recezione dell'ordine sacro, e per via di conseguenza l'uso di esso". Si distingue l'irregolarità ex defectu da quella ex delicto, secondo che essa nasce dall'assenza d'una qualità richiesta o da delitto commesso dopo il battesimo ed esterno, sia pubblico sia occulto. L'irregolarità inabilita non solo a ricevere ed esercitare l'ordine sacro, ma anche ad acquistare uffici e benefici ecclesiastici; e non cessa, di per sé, se non per dispensa del papa e, in certi casi, del vescovo.
Sono irregolari ex defectu: 1. i figli illegittimi finché non siano legittimati (i trovatelli, per sé non ritenuti illegittimi dal diritto, hanno però bisogno della dispensa); 2. la persona con organismi troppo diíettosi (mutilati gravi, ciechi, sordi, seriamente deformi, ecc.); 3. epilettici, pazzi, ossessi; 4. i bigami, cioè quanti avessero contratto, uno dopo l'altro, due o più matrimonî; 5. i colpiti d'infamia iuris (cfr. Codex iuris Can., can. 2293, § 2; 2314, § 1, n. 2; 2359, § 2); 6. il giudice che avesse pronunziato una sentenza di morte; 7. chi avesse esercitato ufficio di boia, o comunque aiutato. Sono invece irregolari ex delicto: 1. gli apostati, eretici e scismatici; 2. chi ricevette, senza necessità, il battesimo da acattolici; 3. chi, legato da matrimonio o da ordine sacro o da voti religiosi, abbia attentato il matrimonio; o, libero, l'abbia attentato con donna legata da altro matrimonio o da voti religiosi; 4. chi abbia perpetrato (o aiutato) omicidio volontario e aborto; 5. chi si sia mutilato o abbia tentato uccidersi; 6. i chierici che esercitassero l'arte medica o chirurgica, che è loro vietata, se ne segue morte; 7. chi, senza aver ricevuto l'ordine sacro l'esercita, o continua nell'esercizio, quando canonicamente ne è privo. Il diritto canonico conosce anche il "semplice impedimento" all'ordine sacro, che non è irregolarità, e ne sono legati i figli di acattolici, finché i genitori restano acattolici; gli ammogliati; i gerenti d'amministrazioni, sinché non ne sono, onestamente, liberi; gli schiavi; quelli che devono prestare ancora il servizio militare; i neofiti, finché non siano sufficientemente provati; chi sia incorso nell'infamia facti (cfr. can. 2293, § 3).
Chiese non cattoliche. - Presso le chiese orientali separate dalla cattolica vi sono dottrine e riti differenti riguardo all'ordine sacro. È dottrina comune presso i greci "ortodossi" che la deposizione canonica priva di ogni potere sacerdotale chi ne è investito, riducendolo nelle condizioni di semplice fedele; i Russi poi riconoscono le ordinazioni fatte da vescovi cattolici, mentre i Greci non sono uniformi su questo punto. Gli "ortodossi" contano due ordini minori, lettorato e suddiaconato, e tre maggiori, diaconato, presbiteriato ed episcopato; la tonsura è ristretta ai monaci. Gli Armeni si avvicinano molto ai Latini, e hanno come questi quattro ordini minori e tre maggiori (il vardapet, o "dottore", non è che una dignità particolare del sacerdote, propria agli Armeni); i Siri (giacobiti) e i Copti hanno tre ordini minori e tre maggiori; i Caldei (nestoriani) due minori e tre maggiori.
Nelle chiese riformate, in genere, l'ordine non è concepito come un sacramento, ma solo come l'assunzione di un ufficio, o di una funzione spirituale, che in molte di esse - le cosiddette chiese presbiteriane - è unico. Tuttavia anche nel luteranesimo germanico si ammette che l'ordinazione conferisca i "diritti dello stato spirituale" e - prima dell'unificazione delle varie "chiese territoriali", - che non si dovesse ripetere, anche in caso di passaggio dall'una all'altra; e, in quelle della Svezia e della Norvegia, l'ordinazione presbiterale è diversa dalla episcopale. Presbiteriane sono le chiese di tipo calvinista. Episcopaliana è la chiesa anglicana (e la maggior parte delle metodiste, staccatesi da questa), che ammette 3 ordini: diaconato, presbiterato, episcopato. Il rito si fonda su quello cattolico precedente la riforma, sebbene con notevoli soppressioni, modificazioni e spostamenti; il carattere sacro dell'ordine è riconosciuto in genere, sebbene con sensibili divergenze secondo le varie correnti (per la validità, v. anglicana, comunione, III, p. 322). Ovunque è stata conservata l'imposizione delle mani; non v'è tonsura.

Nessun commento:

Posta un commento